On The Run (Capitolo 7)

Il lunghissimo capitolo di oggi è pieno di eventi, rivelazioni ed emozioni. Sembra proprio che la storia stia prendendo una piega decisiva, a questo punto…
Come sempre, fatemi sapere cosa ne pensate della storia! Se vi sta piacendo e volete farmelo sapere, oppure se avete notato errori grossolani che devono assolutamente essere corretti, non esitate a lasciarmi un commento qui, oppure, se preferite una conversazione più privata, venite a trovarmi su Facebook, Twitter e Instagram!
Buona lettura!
∼Arkytior

(Capitoli precedenti: 1 2 3 4 5 6)

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On The Run

Capitolo 7

 

Dopo quasi una settimana passata in giro per le strade del Galles, James e Theodora decisero di ritornare verso l’Inghilterra. Non potevano tornare a Londra, altrimenti Storm avrebbe trovato più facilmente Theodora, perciò i due decisero di dirigersi verso Brighton, sperando di non incappare in qualche brutta avventura. Lungo la strada, si fermarono vicino ad un bosco, dove James insegnò a Theodora a sparare, usando gli alberi come bersaglio. Erano in un punto dove nessuno poteva vederli o sentirli, e Theodora imparò veramente in fretta a prendere la mira prima di sparare. Si sentiva ancora un po’ a disagio, con una pistola in mano, ma sapeva che prima o poi le sarebbe servita per difendersi, e quindi era meglio per lei imparare ad usarla il prima possibile.
Dopo qualche ora passata nei boschi a fare pratica con la pistola, i due tornarono in macchina e ripresero il loro viaggio. Non ci furono molti scambi di parole, durante il tragitto, dato che entrambi erano presi dai loro pensieri, ma una canzone trasmessa dalla radio riuscì a catturare la loro attenzione:

Face to face, and heart to heart,
we’re so close, yet so far apart.
I close my eyes, I look away:
that’s just because I’m not okay.
But I hold on, I stay strong,
wondering if we still belong…

Will we ever say the words we’re feeling,
reach out underneath, and tear down all the walls?
Will we ever have our happy ending?
Or will we forever only be pretending?
Will we always, always, always be pretending?

Keeping secrets safe,
every move we make:
seems like no one’s letting go.
And it’s such a shame,
cause if you feel the same,
how am I supposed to know?
(Faccia a faccia, e cuore a cuore, / siamo così vicini, eppure così lontani. / Chiudo gli occhi, guardo altrove: / è solo perché non sto bene. / Ma io resisto, resto forte, / chiedendomi se ci apparteniamo ancora… / Diremo mai le parole che sentiamo, / raggiungeremo le profondità, abbatteremo tutti i muri? / Avremo mai il nostro lieto fine? / O fingeremo e basta, per sempre? / Fingeremo per sempre? / Manteniamo i segreti al sicuro, / ogni nostra mossa: / sembra che nessuno stia lasciando andare. / Ed è proprio una vergogna, / perché se senti la stessa cosa, / come faccio a saperlo?)

Theodora non sapeva chi fosse l’autore di quella canzone, ma sembrava che quel testo rappresentasse perfettamente i suoi pensieri in quel momento; James pensò la stessa identica cosa: stavano entrambi nascondendo qualcosa, ma quel continuo nascondere e negare la verità non avrebbe mai portato da nessuna parte.
Quando arrivarono in città, si era già fatto buio. Avevano già mangiato dei panini poco prima, perciò non avevano bisogno di cenare, eppure James parcheggiò la macchina in una strada che sembrava conoscere.
«Che ci facciamo qui?» chiese Theodora.
«Beh, siamo amici, ora, no? E gli amici escono insieme e vanno in discoteca!»
«Vuoi portarmi in discoteca?»
«Che c’è? Non ci sei mai stata?»
Theodora non rispose, dato che la risposta sembrava ovvia.
«Ah, già…» disse James. «Abbiamo concetti di amicizia totalmente diversi…»
James scese dalla macchina, e Theodora lo seguì, indossando una giacca di pelle nera. Nascose una pistola in una tasca interna della giacca, sperando di non averne bisogno. Poi, i due si incamminarono verso un locale chiamato The Wild Jackal.
«Il barista è un mio vecchio amico, non preoccuparti,» disse James, notando l’espressione dubbiosa di Theodora.
I due entrarono nel locale. Theodora non aveva mai visto niente di simile, se non in qualche scena di film che aveva visto facendo zapping in televisione. C’era una grande pista da ballo, da un lato del locale, piena di ragazzi e ragazze (coppiette, soprattutto) che ballavano e si baciavano; l’altro lato somigliava più ad un bar, con un sacco di tavoli, sedie e divanetti, occupati da ragazzi e ragazze (e anche altre coppiette) che ridevano, bevevano e si baciavano. All’inizio, a Theodora davano un po’ fastidio le luci colorate del locale, ma, dopo qualche minuto, ci si abituò. La ragazza seguì James attraverso il locale, fino ad arrivare al bancone del bar.
Dietro al bancone c’era una persona sola. Strano, date le dimensioni del locale e la quantità di persone presenti: ce la faceva a prestare attenzione a tutti?
«Ehi, Scott, come va?» lo salutò James.
Il barista si voltò. Sembrava avere più o meno la stessa età di James, era abbastanza alto, aveva i capelli corti e neri e gli occhi chiari. Non appena vide James e Theodora, sorrise: era un sorriso strano, che lo faceva sembrare più attraente di quanto sembrasse. Non era esattamente l’ideale di bellezza di Theodora, ma la ragazza non poté negare il fatto che il sorriso del barista aveva un qualche potere magnetico. Sicuramente, un sacco di ragazze perderanno la testa per lui, pensò Theodora.
«Ehi, bello! È da un sacco che non ci vediamo!» salutò il barista.
A quanto pare, Scott era a conoscenza del lavoro da spia di James, dato che faceva molta attenzione a non chiamarlo per nome. Evidentemente, James era abituato a presentarsi con un nome falso.
«Allora, che fai da queste parti?» continuò Scott.
«Sono in viaggio…» rispose James. «Sono con mia sorella, Hannah… Non te l’ho mai presentata, vero?»
Scott sapeva benissimo chi fosse la ragazza che gli aveva appena presentato James, ma, per non tradire la copertura del suo amico, stette al gioco.
«No, non l’ho mai incontrata…» disse Scott, fissando Theodora. «Incantato di conoscerti, Hannah…»
Theodora pensò immediatamente che ci fosse qualcosa di strano nel sorriso magnetico ma enigmatico di quell’uomo. Forse ci stava provando con lei?
«Bene…» disse James, distogliendo i pensieri di Theodora da Scott. «Noi andiamo a cercare un tavolo… Ci porti il solito?»
«Ovviamente!» rispose Scott.
James e Theodora si allontanarono dal bancone e andarono a sedersi ad un tavolo lì vicino.
«Quel tipo mi spaventa…» disse Theodora.
«Perché?» le chiese James. «Scott non ha mai fatto male ad una mosca… Lo conosco da anni!»
«Non lo so… È che appena l’ho visto, mi ha fatto pensare subito ad una specie di piovra…»
«Non preoccuparti, fa così con tutti…»
«Beh, è comunque piuttosto inquietante… Voglio dire, nemmeno lo conosco!»
In quel momento, arrivò Scott, con in mano un vassoio, che appoggiò sul tavolo le due bibite che aveva portato. Sorrise a Theodora — un altro dei suoi sorrisi magnetici ed enigmatici al tempo stesso —, ammiccò, e poi tornò al bancone.
«Non ti preoccupare, non ti farà niente…» disse James, che sembrava parlare di Scott come se fosse un cane particolarmente vivace. «E poi, in ogni caso, hai la tua guardia del corpo personale!»
Theodora sorrise, un po’ sollevata, e cominciò a bere la sua bibita. Sapeva di un misto tra frutta e alcool: non aveva mai bevuto niente del genere, prima di quel momento, ma, in qualche modo, le piaceva. Mentre beveva, guardava le altre persone che c’erano nel locale: c’erano un sacco di giovani e anche qualche adulto, ma il suo sguardo fu attirato da due persone sedute a circa quattro tavoli di distanza da lei e James.
«Chi sono quelli?» chiese la ragazza a James, facendo in modo che i due uomini in questione non la notassero.
James si voltò, per sapere di chi stesse parlando Theodora, poi si voltò di nuovo verso la ragazza, ma non rispose alla sua domanda.
«Ti fidi di me?» le chiese, invece.
«Credo di sì…» rispose incerta Theodora.
«Allora vieni!» le ordinò James.
James prese per mano Theodora, e si avviò verso l’uscita secondaria del locale, che lui conosceva molto bene. La ragazza lo seguì in silenzio, senza voltarsi, spaventata dai due uomini che aveva notato qualche secondo prima, che sicuramente la stavano spiando, e che in quel momento, forse, la stavano seguendo. Theodora e James uscirono in strada, e si diressero velocemente verso la macchina, per scappare da lì il più velocemente possibile. La strada era deserta: Theodora pensò che forse si trovavano in un quartiere poco frequentato, a quell’ora. Improvvisamente, udirono dei passi veloci, in lontananza, e furono costretti a camminare velocemente, quasi a correre.
Un colpo di pistola che non li colpì per un soffio li costrinse a fermarsi e a voltarsi. Theodora li vide, e rimase paralizzata dalla paura: due uomini enormi, vestiti quasi completamente di nero, armati di pistola, erano sempre più vicini. Sicuramente erano stati mandati da Storm, per trovare la ragazza e ucciderla.
Sia James che Theodora non reagivano in nessun modo, per evitare una qualche azione improvvisa da parte dei due uomini. Li dividevano soltanto pochi passi, ormai, quando James tirò fuori la sua pistola dalla cintura e sparò ad uno dei due. L’altro, per tutta risposta, si avvicinò pericolosamente a James con l’intenzione di vendicarsi. Aveva già afferrato James per un braccio, e alzato l’altra mano come per prenderlo a pugni, quando un colpo di pistola lo distrasse da quello che stava per fare. James si voltò verso la sua sinistra, e vide Theodora, con gli occhi sbarrati e il respiro irregolare, le braccia protese in avanti che reggevano la pistola, ancora calda per il proiettile appena sparato: sembrava terrorizzata.
L’uomo che stava per picchiare James lasciò lentamente la presa, e, dopo averci messo qualche secondo per rendersi conto della situazione, fece qualche passo all’indietro, anche lui spaventato, e si accasciò a terra, vicino al suo collega.
James si avvicinò a Theodora, così ancora spaventata da quello che aveva fatto, che era come paralizzata. La ragazza non muoveva un muscolo, e i suoi occhi erano spalancati, fissi sui due uomini a terra. James prese gentilmente per mano Theodora, le tolse la pistola dalle mani e, insieme, tornarono alla macchina. James guidò per qualche chilometro, poi si fermò in un parcheggio deserto. In lontananza, si sentì un tuono: molto probabilmente, stava per iniziare a piovere.
Si voltò verso Theodora, ancora scossa per l’accaduto. Fissava ancora il vuoto, forse perché l’immagine dei due uomini a terra, feriti, era ancora vivida nella sua mente. Il suo cuore batteva all’impazzata, e i suoi respiri erano tutt’altro che calmi e regolari.
«Non posso credere di averlo fatto!» disse Theodora. «Ho appena ucciso una persona… Ora sono un’assassina! No… Non posso essere un’assassina! Che cosa direbbe mio padre di me?»
Al pensiero di suo padre, i suoi occhi cominciarono a farsi lucidi.
«Non sono più adatta a prendere il posto di mio padre, ora…» continuò. «Nessuno mi voterà più, sapendo che sono un’assassina… Non posso permettere che la gente pensi questo di me… Non posso…»
«Va tutto bene, non ti preoccupare…» cercò di rassicurarla James. «L’hai fatto solo per difenderti, e per salvare me… Non c’è niente di sbagliato, in questo… Va tutto bene…»
James non sopportava di vedere Theodora in quello stato. Aveva promesso di proteggerla, di tenerla al sicuro, di farla stare bene, ma era evidente che in quel momento Theodora non stava affatto bene.
«No, non va tutto bene!» disse Theodora, con le lacrime che ormai avevano iniziato a rigarle le guance. «Ho appena ucciso una persona! E anche se l’ho fatto per legittima difesa, l’aver privato una persona della sua vita mi resterà sulla coscienza per sempre! Non si può cambiare o ignorare il passato: ormai sono segnata a vita…»
Theodora continuava a piangere, mentre James tentava inutilmente di consolarla. Era insopportabile, per lui, non essere in grado di fare qualcosa per far stare meglio Theodora. Lentamente, si avvicinò a lei, per abbracciarla e per offrirle una spalla su cui piangere. Così facendo, gli sembrò di essere utile, in qualche modo.
James ricordò di essere stato così vicino a Theodora solamente quando, il giorno del discorso di Arthur, aveva immobilizzato la ragazza, le aveva fatto perdere coscienza, e l’aveva portata in braccio fino all’uscita, per poi sistemarla sul sedile della sua macchina. James accarezzò la schiena di Theodora, in modo da farla sentire al sicuro, poi fece scorrere le dita tra i suoi capelli biondi. Li preferiva quando erano lunghi, morbidi e castani, ma le circostanze lo avevano costretto a tagliare e tingere i capelli della ragazza, per evitare che venisse riconosciuta.
I due rimasero abbracciati e in silenzio per un tempo indefinito, forse qualche minuto, o forse qualche ora. Durante questo tempo, ognuno dei due era immerso nei propri pensieri. James pensava a Theodora, a quanto sembrasse fragile in quel momento, e a quanto volesse che fosse felice. Non poté fare a meno di pensare che forse era proprio lui la causa del dolore di Theodora. La ragazza, invece, rifletteva su quello che era appena successo. Sì, aveva ucciso una persona, ma l’aveva fatto soltanto per difendersi, e per salvare James. Oppure si era sbagliata, e aveva soltanto ferito quell’uomo. Aveva comunque commesso un’azione gravissima, ma si convinse di quello che le aveva detto James: forse non sarebbe stata considerata un’azione tanto grave, dato che aveva ucciso una spia di Storm per difendersi…
Dopo un tempo che sembrava interminabile, Theodora sembrava calmarsi, anche se non del tutto. La pioggia, intanto, aveva cominciato a bagnare il parabrezza. James iniziò a baciare dolcemente i capelli di Theodora. Lentamente, la ragazza si allontanò da lui, ma James si avvicinò a lei e la baciò sulle labbra. Dopo qualche secondo, si allontanò da lei, e l’espressione confusa e sorpresa di Theodora gli fece capire quello che aveva appena fatto.
«Oh, mio Dio… Scusa…» disse James. «Mi dispiace tantissimo… Io non…»
«Non scusarti,» lo interruppe Theodora, apparentemente calma. «Dimmi solo perché l’hai fatto.»
«Non posso… È troppo complicato…»
«Abbiamo tutto il tempo che vuoi, se è questo che ti preoccupa…»
James si voltò verso il parabrezza e fece un respiro profondo. Era il caso di rivelare a Theodora quello che provava per lei? Si voltò di nuovo verso la ragazza, e la guardò per pochi interminabili secondi. Era evidente che Theodora voleva assolutamente capire cosa provasse James per lei.
«Ti amo, Theodora,» le disse James, guardandola negli occhi.
Quelle parole arrivarono al cuore di Theodora come una coltellata. Certo, un po’ si aspettava che James le dicesse quelle parole, dato che l’aveva appena baciata, ma ora non sapeva proprio come reagire. Jo le aveva detto di stare attenta, di non innamorarsi di James, ma non aveva preso in considerazione la possibilità che fosse James ad essere innamorato di lei! O forse James le stava solo mentendo, e lei ci stava cascando come un pollo?
«Che cosa?» chiese Theodora, confusa.
James sapeva che Theodora avrebbe reagito così. Aveva intenzione di lasciarla libera, inconsapevole del fatto che lui era innamorato di lei dalla prima volta che l’aveva vista, perché una come Theodora meritava di più, ma ora i suoi piani erano andati a farsi friggere…
«Ti amo,» ripeté James. «Dalla prima volta che ci siamo incontrati.»
E, ora che l’aveva detto, cosa avrebbe pensato Theodora di lui? Forse che era una specie di stalker inquietante, o qualcosa del genere…
«Cioè, dal discorso di mio padre?» chiese Theodora, cercando di capire a cosa si riferisse James.
«No, da quando ho iniziato a lavorare per Arthur… Forse non te lo ricordi, ma ci eravamo già incontrati, una decina di anni fa, nell’ufficio di tuo padre…»
Theodora ricordava vagamente l’evento, così’ James glielo descrisse. Theodora fu molto sorpresa dal fatto che James ricordasse ogni singolo dettaglio di quell’incontro, dai vestiti che indossava alle frasi che si erano scambiati.
«Quindi ti sei innamorato di me perché ero la ragazza più bella che tu avessi mai visto?» chiese Theodora.
«Non esattamente… Cioè, sì, sei carina, ma non è un requisito indispensabile, per me…»
«E allora, cosa ti è piaciuto di me?»
«Il tuo cervello!»
Quella risposta lasciò Theodora quasi senza parole. Forse era una risposta che avrebbe avuto senso se fosse stata detta da uno zombie, ma, in bocca ad un essere umano, le suonava parecchio strana.
«In che senso, scusa?» chiese la ragazza. «Ci siamo visti solo per pochi secondi…»
«I tuoi libri!» spiegò James.
Theodora non era sicura di aver capito bene.
«I miei libri…» ripeté. «Quelli che si leggono… Con tante pagine…»
«Esatto! Perché? Che c’è di strano?»
«No, niente, è solo che… Non mi è mai capitato che a qualcuno piacesse il fatto che ho un sacco di libri!»
James sorrise.
«Non avrai mai avuto intorno gente molto intelligente, allora!» le disse.
«Già…» confermò Theodora. «Ho sempre avuto intorno gente falsa, strapiena di soldi, che per la maggior parte del tempo tentava di mettere le mani sul mio portafogli…»
«O anche su qualcos’altro…»
Theodora rise.
«È sempre stato questo il mio problema:» disse poi, ritornando seria. «Sono costantemente circondata da persone che mentono, a cui non importa niente di me, e sono stata delusa un’infinità di volte…»
«E hai paura che possa succedere ancora?»
«Non è solo questo… È che ora tu mi hai detto questa cosa… e io non so assolutamente che fare! Lo ammetto, ho chiesto ad una mia amica di fare una piccola ricerca su di te, per capire chi eri, dato che non mi hai mai detto molto di te, e i risultati non sono stati molto rassicuranti…»
«Che hai trovato?»
«I due profili Facebook che confermano il fatto che sei una spia… Ma riesco a capire quando una persona mente, e tu non mentivi quando mi hai detto che sei sempre stato fedele a mio padre…»
«E basta?»
«No, c’era anche un blog gestito da tutte le tue ex-ragazze…»
«E ti ha spaventato il fatto che fossero così tante e che dicessero così tante cose cattive su di me?»
«Beh, non si può dire che sia un sito molto rassicurante…»
«Però su alcune cose hanno ragione: sono state tutte lasciate da me… O almeno, la maggior parte…»
«Così tante?»
«Beh, alcune erano mie amiche, come Maria Johnson, che avrebbe tanto voluto essere qualcosa di più, ma se n’è andata, non appena ha capito che non mi interessava… Poi ci sono state anche storie importanti, come quella con Dawn Novel, o Rosie Skyler, che mi chiama almeno una volta al giorno, sperando che io torni con lei…»
«E perché hai lasciato così tante ragazze? Nessuna di loro era quella giusta per te?»
«No… Nessuna di loro era te!»
«E allora perché non sei venuto direttamente da me?»
«Non potevo… Ti avrei sicuramente rovinato la vita… Voglio dire… Ho dieci anni più di te, e tu sicuramente ti saresti trovata meglio con un ragazzo più vicino alla tua età…»
«Oh, sì, sicuramente… Se escludiamo il fatto che — odio ammetterlo — sono sempre stata un po’ più ‘matura’ per la mia età… I miei coetanei mi sono sempre sembrati dei perfetti idioti, che, tra l’altro, mi deridevano perché preferivo stare a casa a leggere, piuttosto che andare in discoteca a drogarmi e rimorchiare come facevano loro… E dopo un sacco di ragazzi che si sono dimostrati più interessati ai miei soldi che a me, mi sono arresa alla realtà…»
«Che intendi dire?»
«Che forse, se non mi sono mai trovata bene con i miei coetanei, dovrei puntare più in alto… Ma non voglio saltare a conclusioni troppo affrettate… C’è troppa gente falsa che mi gira intorno, e mi sono fidata di troppe persone sbagliate… E se anche la prossima volta facessi un buco nell’acqua?»
«Tu non meriti di soffrire così tanto… Io non ti tratterei mai come ti hanno trattato quei deficienti: a me non interessa se sei ricca, o se sei bellissima… a me interessa quello che hai dentro!»
«Mi stai chiedendo di darti una possibilità? Te l’ho appena detto, sono stanca di fidarmi delle persone sbagliate…»
Theodora rifletté per qualche secondo. James non le aveva mai mentito, nemmeno quando le aveva fatto capire che Jo si sbagliava riguardo a lui. Era sincero, quando le aveva detto che il vero motivo per cui lei gli piaceva erano i suoi libri. O James era un attore particolarmente bravo a non far capire quando mentiva, oppure, semplicemente, era diversissimo da tutti gli altri ragazzi che Theodora aveva frequentato. Quindi, perché non rischiare, e dargli una possibilità?
«D’accordo…» disse la ragazza. «Dato che sembri diverso da tutti i cretini con cui sono uscita fino a poco tempo fa, ho deciso che, siccome passeremo ancora un bel po’ di tempo insieme, non mi farà male provare ad avere un fidanzato diverso dagli altri…»
James si illuminò.
«Quindi…» provò a dire. «Questo significa che adesso stiamo insieme?»
«Direi di sì…»
James baciò di nuovo la ragazza. Theodora rispose al bacio, sentendosi sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta. Continuava a piovere sempre più forte, ma a loro non importava.
«Allora posso chiamarti Teddy, adesso?» le chiese James.
«Non pensarci nemmeno! Preferisco essere chiamata Dora…»
Anche se ora Theodora aveva cominciato a vedere James in modo diverso, quel soprannome ancora le ricordava troppo i suoi genitori… E pensava che gliel’avrebbe sempre ricordati, perciò pensò che non l’avrebbe mai più usato.
«Va bene…» disse James. «Dora… Come Dora l’Esploratrice
«Sapevo che avresti detto una cosa del genere, per rovinare questo momento…»

 

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