On The Run (Capitolo 10)

Eccoci arrivati all’ultimo capitolo, la conclusione della storia, il momento che tutti stavamo aspettando fin dall’inizio!
Spero vi piaccia! Buona lettura!
∼Arkytior

(Capitoli precedenti: 1 2 3 4 5 6 7 8 9)

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On The Run

Capitolo 10

I due partirono immediatamente. Durante il viaggio fecero il minor numero di soste possibili e si alternarono alla guida, in modo da poter essere di ritorno a Londra nel preciso momento in cui Harold Storm aveva intenzione di pronunciare il discorso che avrebbe cambiato tutto per sempre. Theodora era agitatissima: sapeva che, una volta là, avrebbe dovuto fare il possibile per impedire a Storm di instaurare una dittatura e, soprattutto, di uccidere altre persone innocenti, ma aveva paura di non riuscirci. Era cambiata moltissimo durante quel viaggio, e pensava che forse sarebbe cambiata anche l’opinione che le persone avevano di lei. E se la gente avesse preferito Storm? E se Theodora non fosse stata all’altezza di suo padre? Per tranquillizzarla, James le tenne la mano durante tutto il viaggio.
Arrivarono a Downing Street in perfetto orario. Secondo quello che Jo aveva detto, Storm non aveva ancora iniziato il suo discorso, che sarebbe stato trasmesso in diretta sulle più importanti reti televisive del Paese, ma mancava ancora qualche minuto. James parcheggiò vicino ad un’entrata secondaria dell’edificio, proprio come aveva fatto il giorno dell’ultimo discorso di Arthur Smith. D’altronde, James e Theodora non potevano mica entrare dalla porta principale!
«Bene…» disse Theodora, più tesa che mai. «Ci siamo! Non posso credere che il futuro del mondo dipenda da quello che sarò in grado di fare…»
«Puoi farlo, Dora! Sei la figlia di Arthur Smith!»
«Già, ma io non sono lui! E se per caso non ci riuscissi?»
«Ci sono io che ti copro le spalle! Ho lavorato per Arthur per un sacco di anni, e conosco altre persone che lavoravano per lui, ma che gli sono rimaste fedeli, nonostante l’arrivo di Storm. Tu fai quello che puoi, ma ricordati che, in ogni caso, io e altri bodyguard siamo pronti ad intervenire!»
«Grazie, James!»
Entrambi indossarono dei giubbotti di pelle, con delle tasche interne in cui nascosero delle pistole, da usare in casi estremi. Theodora sapeva che avrebbe dovuto fermare Storm davanti a un sacco di telecamere, e sperava di non aver bisogno della pistola.
Theodora baciò James sulle labbra, sperando che non fosse la sua ultima occasione per farlo.
«Allora…» disse Theodora. «Andiamo a prendere a calci qualche bel fondoschiena!»
«Andiamo!»
«Allons-y!» Theodora scese dalla macchina, diretta verso l’entrata dell’edificio.
«Aspetta… che hai detto?» chiese James, e poi seguì la ragazza.
I due entrarono correndo nell’edificio, un po’ perché avevano paura di non arrivare in tempo, un po’ per allentare la tensione. Arrivarono davanti all’entrata della sala in cui Storm stava per tenere il suo discorso, la stessa in cui quasi due mesi prima era stato ucciso Arthur Smith, e Theodora esitò, prima di entrare.
«Tutto bene?» le chiese James.
Theodora cercò di calmarsi, respirando lentamente. Tentò di ordinare le sue idee.
«Sto bene, sto bene…» disse. «Ce la farò… Andrà tutto bene…»
«Ne sono sicuro. Fermerai Storm e tutto andrà bene, non preoccuparti. E, nel caso avessi bisogno, io sono pronto ad aiutarti!»
«Cosa farei senza di te?»
«Andrà tutto bene, Dora!»
James si allontanò da lei, e Theodora rimase sola, di fronte all’enorme porta della sala.
«Si va in scena!» si disse Theodora.
La ragazza aprì la porta ed entrò correndo nella sala.
«Fermate tutto!» gridò.
Theodora si fermò solo dopo pochi passi. Appena dietro di lei c’erano alcune telecamere, e proprio di fronte a lei, nell’esatto punto in cui suo padre era stato ucciso, c’era Harold Storm, che non sembrava quasi minimamente sconvolto dall’improvviso arrivo di Theodora, al contrario di tutte le persone presenti nella sala. Storm era là che la guardava, con il suo solito sguardo che aveva sempre ricordato a Theodora una qualche specie di rettile o di serpente viscido e schifoso, e il suo solito sorrisetto beffardo che aveva sempre, ogni volta che otteneva qualcosa, o credeva di averla ottenuta. Theodora si ricordò di averlo visto con proprio quell’espressione, il giorno della morte di suo padre.
Improvvisamente, Theodora si rese conto di trovarsi in una sala piena di gente e di telecamere, e che forse la sua irruzione nella stanza era appena stata trasmessa in diretta nazionale, e si sentì molto più che semplicemente imbarazzata.
«Ehm… Ehilà…» provò a dire Theodora, mentre era certa di star arrossendo dall’imbarazzo.
«Bene, bene, bene… Theodora Catherine Smith…» disse Storm. «A quanto pare, sei ancora viva…»
«Già, ma non certo grazie a te!»
Theodora stava lentamente riprendendo coraggio. Nel frattempo, James aveva radunato un piccolo gruppo di addetti alla sicurezza, che sarebbero stati pronti ad intervenire in caso di emergenza. James entrò silenziosamente nella sala, ma nessuno lo notò, dato che erano tutti concentrati su Theodora e Harold Storm.
«Signori,» cominciò Theodora, dando l’impressione di star per iniziare un discorso importante. «Vorrei attirare per qualche secondo la vostra attenzione, per illuminarvi su ciò che è successo nell’ultimo paio di mesi. Il qui presente Harold Storm, di cui tutti voi avete paura, perché sapete che è un pazzo furioso, ha dato l’ordine di uccidere i miei genitori e un sacco di altri civili innocenti, soltanto per prendere il potere con la forza, e questo lo rende l’assassino dell’ex-Primo Ministro, Arthur Smith.»
«Ma cosa stai dicendo, Theodora?» la interruppe Storm, con il suo solito tono mellifluo. «Queste sono solo calunnie, non hai le prove…»
«Fortunatamente,» riprese Theodora, ignorando Storm. «Mio padre è stato in grado di intuire che il suo più grande oppositore, Harold Storm, sarebbe stato in grado di ucciderlo, perciò ha organizzato la mia fuga. Mi ha affidata ad un uomo di cui si fidava ciecamente, con cui lavorava da molti anni, e che, guarda caso, lavorava per lui come spia, per informarlo in anticipo di tutte le mosse di Storm!»
«Sentito, gente?» la interruppe di nuovo Storm. «Arthur Smith aveva una spia!»
«Non ho ancora finito! La spia di mio padre lavorava come spia anche per Harold Storm, miei cari signori e giornalisti, e soltanto perché Storm, per costringerlo a lavorare per lui, aveva fatto fuori la sua intera famiglia, un gruppo di persone innocenti che non avevano niente a che fare con tutto questo!»
«È una bugia!» gridò Storm. «Sono tutte bugie! Sta inventando tutto!»
«Sono stata per oltre un mese in giro per la Gran Bretagna, signor Storm, accompagnata dal signor James McDowell, una spia che lavorava sia per lei, sia per mio padre, ma che è sempre stato fedele a mio padre, dopo aver capito che aveva sbagliato a fidarsi di lei, e che continuare a lavorare per lei avrebbe significato solo probabilità che succedesse qualcosa di grave alle persone che amava, come la sua famiglia, uccisa su suo ordine!»
«Suvvia… Io non farei mai una cosa del genere…»
Storm tentava di convincere pubblico e giornalisti di essere innocente, ma Theodora continuava a cercare argomenti per farlo sembrare ancora più crudele agli occhi di tutti.
«Oh, sì, che lo farebbe, signor Storm!» rispose Theodora. «La famiglia di James McDowell non è stata l’unica famiglia ad essere sterminata… Vi ho appena detto che anche la mia famiglia è stata uccisa da Storm, insieme ad altre persone innocenti!»
Storm tentò di avvicinarsi a Theodora, ma sapeva di non poterle fare niente, dato che il tutto stava venendo ripreso dalle telecamere. Theodora, per tutta risposta, tirò fuori la pistola dalla tasca interna della giacca e la puntò verso Storm, ma non sparò. Alcuni dei presenti gridarono dallo spavento e dalla sorpresa.
«Non credeva che ne fossi capace, signor Harold Storm?» disse Theodora, in modo provocatorio. «Molte cose sono cambiate, da quando sono scappata da qui. Sono scappata per causa sua. Lei mi ha resa quello che sono adesso, e ora lei ne pagherà le conseguenze, signor Storm. Penso che ora lei dovrebbe avere paura di me.»
Theodora cercò James con gli occhi, e quando lo trovò, con un cenno della testa gli fece capire che era il momento di intervenire. In pochi secondi, una decina di uomini armati si avvicinarono a Storm e lo immobilizzarono. Nonostante le sue proteste, Harold Storm venne portato via dalla sala, e arrestato da un poliziotto presente all’evento. James non seguì Storm, perché preferiva restare vicino a Theodora.
Quando gli uomini che avevano portato via Storm chiusero la porta della sala dietro di loro, Theodora salì sul pulpito da cui suo padre avrebbe pronunciato il suo ultimo discorso, e da cui Storm aveva terrorizzato l’intera Nazione. Un po’ insicura, nonostante l’aver finalmente mandato via Harold Storm da lì, Theodora cercò lo sguardo fiducioso di James, per acquisire maggior sicurezza prima di iniziare a parlare.
«Signore e signori, e giornalisti qui presenti,» iniziò. «Di certo voi vi aspettate che io faccia un discorso su quanto io brami occupare il posto che occupava mio padre, perché penso di essere l’unica persona in tutto il mondo adatta a ricoprire quel ruolo. Ebbene, vi sbagliate. Forse avrei fatto un discorso del genere mesi fa, ma io ritengo di essere molto cambiata durante questo tempo. Mesi fa vi avrei chiesto di eleggermi Primo Ministro perché pensavo di essere la degna erede di mio padre, ma ora non vi chiedo assolutamente niente, anche se probabilmente voi pensate che io possa essere molto più adatta a quel ruolo, in questo momento. Durante questo tempo ho visto la vita vera, ho vissuto fuori dal mondo di bambagia a cui ero tanto abituata. Ho visto di cosa ha veramente bisogno la gente, e ho capito di non essere affatto adatta a ricoprire il ruolo di mio padre.
«So quello che farete dopo questo mio discorso: mi voterete comunque, perché vi ho emozionato a tal punto che riterrete sbagliato fare altrimenti. Perciò io vi invito a non farlo, almeno finché non sceglierete autonomamente di votarmi perché vi sembro la persona di cui questo Paese ha bisogno, non la persona a cui quel posto spetta di diritto. Grazie per la vostra attenzione.»
Detto questo, Theodora scese, e si mescolò alla folla che la acclamava, e che cercava disperatamente di avvicinarsi a lei per farle i complimenti. James intanto la guardava, orgoglioso, senza avvicinarsi a lei più di tanto. Improvvisamente, il cellulare di Theodora squillò, e la ragazza fu costretta ad allontanarsi dalla folla.
«Dora!» la salutò la voce squillante di Jo. «Ti ho appena vista in televisione! Sei stata grande!»
«Wow, davvero?» chiese Theodora, ancora scossa dall’emozione.
«Sì, te lo giuro! Non sentivo un discorso così da mesi, ormai! E comunque, questa era la prova definitiva: tu sei la degna erede di tuo padre! Hai la sua stessa capacità di attirare l’attenzione delle persone attraverso le parole, e questo è un grosso punto a tuo favore…»
«Lo credi veramente?»
«Ma certo! E spero vivamente che sia tu il prossimo Primo Ministro: te lo meriti!»
«Ne sei proprio sicura, Jo?»
«Sicurissima! Io non sbaglio mai… A proposito, l’hai mollato James, vero?»
Theodora non sapeva esattamente cosa rispondere a questa domanda.
«Beh, te l’ho detto, in realtà non è poi così male…» cercò di dire Theodora.
Jo non sapeva più come reagire. Ora le aveva proprio provate tutte…
«Dora, tu non sai a che pericolo vai incontro!» ripeté Jo per l’ennesima volta. «Quell’uomo è un mostro: ti lascerà sola prima che tu te ne accorga, e a maggior ragione ora che non hai veramente nessuno, a parte me! E chissà in che condizioni ti lascerà, poi!»
Theodora non ne poteva più: Jo pensava sempre al peggio, e soprattutto, Jo non perdeva mai un’occasione per farle la predica, ultimamente. Certo, l’aveva sempre fatto molto spesso, dato che era poco più grande di lei, ma questo non giustificava totalmente l’atteggiamento di Jo.
«Ti diverti proprio a comandarmi a bacchetta, non è vero, Jo?» disse Theodora, stufa di essere trattata in quel modo. «A dire la verità, non mi è mai piaciuto il tuo atteggiamento troppo protettivo nei miei confronti. È vero, sei più grande di me, ma penso di essere arrivata ad un’età tale da permettermi di prendere le mie decisioni autonomamente. Posso decidere da sola della mia vita, senza il tuo aiuto. Grazie mille.»
«Dora, Dora, Dora, ma che stai dicendo? Quella fuga ti ha fatto più male di quanto pensassi…»
«No, invece mi ha fatto benissimo: ho aperto gli occhi su tante cose, sai? Prima tra tutte, la nostra amicizia: sai, sto cominciando a chiedermi se fosse amicizia vera o solo un semplice rapporto di convenienza tra persone che si conoscono… Pensaci: a te piace comandare la gente a bacchetta e io non mi sono mai fatta problemi, quando si trattava di darti retta… Ora che ci penso, sono stata proprio stupida! Ma tu, che continuavi a cercare di comandarmi, dandomi consigli sbagliati, quando io avevo la prova vivente che ti stavi sbagliando… quello sì che era una cosa stupida! Molto più stupida di quanto sembri! E sai… tu dovresti essere la Regina della stupidità, dato quello che hai fatto, dato il tuo insistere su cose non vere: io ho conosciuto James McDowell, mentre tu ti sei basata soltanto sui tuoi ricordi distorti! E… E sai una cosa? La nostra amicizia, se mai sia stata veramente amicizia, finisce qui! Ora non puoi più dirmi cosa fare, perché questo è il momento in cui prendo in mano la mia vita!»
James continuava a guardare Theodora, orgoglioso dei passi avanti che la ragazza aveva fatto, e sorrise nel ricordare la vecchia Theodora, paragonandola alla nuova e indipendente Theodora, che ora aveva proprio davanti a lui, a qualche passo di distanza.
«Theodora Smith, non puoi liquidarmi così!» continuò a replicare Jo.
«Pensavo di averti detto che devi smetterla di comandarmi!» la zittì immediatamente Theodora. «Tu vuoi che io torni indietro da te, perché ti sentivi speciale, quando mi avevi come amica, ma ti dico una cosa: non posso più tornare indietro. Sono cambiata, e questo cambiamento è per sempre. Ormai ho fatto la mia scelta. Non si torna indietro da questo punto: ormai è troppo tardi.»
«Theodora, che intendi?»
«Esattamente questo: è finita, Jo. È troppo tardi.»
Theodora chiuse la telefonata, mentre Jo continuava a chiamarla, sperando che non avesse riagganciato veramente. Quando Jo si rese conto che Theodora l’aveva liquidata così, con così poche parole, cominciò a riflettere sulle ultime parole dell’amica: che aveva voluto dire Theodora con “È troppo tardi”? Jo pensò a tutte le possibili interpretazioni di quella frase, ma cercò di escludere le ipotesi peggiori: Theodora era una ragazza intelligente, non avrebbe mica…

Non appena Theodora chiuse la chiamata, cancellò il numero di Jo dal telefono da cui aveva ricevuto la chiamata, quello che le aveva dato James, e si promise di cancellarlo anche dal suo vero telefono. Alzò gli occhi, e per una frazione di secondo incontrò lo sguardo orgoglioso di James, che era fiero di quello che Theodora era diventata, ma fu distratta quasi subito da quattro o cinque persone che cercavano di parlarle nello stesso momento. James restò a guardare quella scena per qualche secondo: vide Theodora, molto migliorata rispetto alla bambola perfetta che aveva dovuto salvare, finalmente tornata a casa, nel suo mondo. Ma era un mondo di cui James non faceva parte, e non ne avrebbe mai fatto parte. Col sorriso sulle labbra, felice per la sua Theodora, James si voltò ed uscì dall’edificio. Salì in macchina, mise in moto e partì, senza una destinazione precisa. Ora Theodora era felice, era nel luogo in cui sarebbe dovuta essere fin dall’inizio, e in cui sarebbe rimasta da quel momento in poi, ma senza James. James era ancora convinto che Theodora meritasse di meglio, perciò non aveva altra scelta che lasciarla andare, nella speranza che lei incontrasse, prima o poi, qualcuno che l’avrebbe fatta stare davvero bene, e che l’avrebbe resa molto più felice di quanto avrebbe mai potuto essere con James al suo fianco. Sì, era la cosa giusta da fare. James avrebbe sofferto da morire, perché sapeva che il suo amore per Theodora non sarebbe mai svanito, ma si consolò, pensando che almeno la sua Theodora sarebbe stata felice. Questo pensiero gli riempì gli occhi di lacrime, ma James lottò con tutte le sue forze per rimandarle indietro, e per non fare caso al suo cuore che andava in mille pezzi. Cercò di pensare, invece, alla felicità della sua Theodora: in quel momento, non aveva bisogno di nient’altro.

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Non penserete che sia finita così, con questo finale dolceamaro, vero? Ho passato capitoli interi a costruire la storia d’amore tra questi due protagonisti, non la distruggerò certo nelle ultime righe dell’ultimo capitolo… Ci sono ancora questioni irrisolte, che verranno affrontate nell’epilogo che pubblicherò a breve.
Nel frattempo, ho voglia di sapere i vostri pareri sulla storia: fatemi sapere se vi è piaciuta, ma anche se non vi è piaciuta e volete darmi i vostri consigli su come migliorare. Se volete scrivermi i vostri commenti più in privato, venite a trovarmi su Facebook, Twitter e Instagram!
A presto!
∼Arkytior

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