Fiction, fantasy e realismo: l’esperimento di “Una giornata”

Avrei davvero dovuto accorgermi prima del fatto che ho sprecato anni facendo leggere le mie storie ad una persona con i paraocchi convinta che “storia di finzione” e “storia di genere fantasy” fossero sinonimi. Per anni ho censurato e adattato le mie storie ai gusti e alle critiche di questa persona, ma alla fine sono arrivata alla conclusione che è stato tutto uno sforzo inutile. Andando alla ricerca di un nuovo tipo di pubblico per le mie storie, ho capito che il problema non ero io e il mio modo di scrivere, ma questa persona che non capiva. E, tra l’altro, è un tipo di persona talmente radicata nelle proprie convinzioni che è convinta mi piacciano solamente i ragazzi biondi con gli occhi azzurri (cosa ovviamente non vera: su Instagram seguirò tipo tre persone con queste caratteristiche…).
Comunque, mi è stato detto in più di un’occasione da questa persona che scrivo solo storie di genere fantasy. Se avete dato un’occhiata agli alle mie storie pubblicate su questo blog, sarete d’accordo anche voi che non appartengono tutte al genere fantasy, ossia un genere letterario narrativo, caratterizzato da un’ambientazione fantastica in cui convergono elementi delle fiabe di magia, delle saghe e delle mitologie nordiche e della letteratura anglosassone medievale. (fonte)
Piuttosto, si tratta di fiction, ovvero quanto è frutto della fantasia e dell’inventiva; un discorso letterario identificabile con la narrativa di immaginazione, contrapposto a quello che fa riferimento a eventi reali o alla poesia lirica e al teatro. (fonte)
In poche parole, il fatto che io scriva storie che hanno come protagonisti persone non realmente esistenti non le rende automaticamente fantasy, perché alcune storie sono ambientate in luoghi reali (come ad esempio il Regno Unito nel caso di On The Run), o riguardano la vita di personaggi umani al 100%, che non hanno niente a che fare con magia di nessun tipo.
Ma, ad un certo punto, le parole non bastano più a contrastare le convinzioni idiote di una persona talmente ignorante di letteratura che cerca di provare scientificamente che le figure retoriche (metafora, similitudine, anafora, personificazione…) non esistono, e perciò la soluzione è fare ciò che una scrittrice sa fare meglio: scrivere.
Quella che segue, infatti, è la mia risposta a tutti coloro che sono ancora convinti che fictionfantasy siano sinonimi. Buona lettura!

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Una giornata

Giulia si svegliò alle sette. Non ricordava cosa aveva sognato, ma in fondo non le importava molto.
Si alzò e si vestì. Quel giorno scelse di indossare una maglietta viola, piuttosto anonima, jeans e scarpe da ginnastica.
Mentre faceva colazione, ascoltava la radio, che stava passando l’ultimo singolo di un cantante che a Giulia non piaceva particolarmente.
Verso le sette e mezza, Giulia scese alla fermata per prendere l’autobus, che per fortuna passò solamente cinque minuti dopo.
Il viaggio in autobus durò una ventina di minuti, dopodiché Giulia scese alla fermata della sua scuola. Appena arrivata davanti al cancello, salutò le sue migliori amiche, Sara e Francesca, che la aspettavano già da un bel po’. Le tre ragazze chiacchierarono per qualche minuto, fino al suono della campanella che indicava l’inizio delle lezioni. Per fortuna, in classe, Sara, Francesca e Giulia erano sedute in banchi vicini tra loro, così avrebbero potuto scambiarsi qualche parola anche durante le lezioni.
La giornata iniziò con un’ora di matematica, materia in cui Giulia non era molto brava. Chiese aiuto a Francesca, per capire un esercizio, e la ragazza fu molto disponibile ad aiutarla.
Seguirono poi due ore di italiano, in cui la professoressa spiegò alla classe, ancora una volta, come bisognava fare per impostare la struttura di un saggio breve. Anche se gli alunni sapevano bene che si trattava di una lezione importante, nessuno di loro prestava la minima attenzione alla spiegazione.
Durante la ricreazione, Giulia, Sara e Francesca scesero in cortile per prendere una boccata d’aria. Anche se molti dei loro compagni di scuola fumavano, riuscirono lo stresso a trovare un angolino d’aria pulita in cui rilassarsi. Le tre ragazze parlarono delle lezioni appena trascorse e delle evidenti difficoltà di Sara in inglese, che riusciva a malapena a formare una frase di senso compiuto. Mentre stavano parlando, Giulia si guardò intorno e incrociò lo sguardo di Marco, il ragazzo per cui aveva una cotta, che le sorrise. Giulia ricambiò il sorriso a sua volta.
Al rientro dalla ricreazione, un’ora di latino. Nessuno, in quella classe, era particolarmente bravo, ad eccezione di Francesca, che aveva buoni voti in tutte le materie. La lezione passò quindi senza che nessuno avesse capito niente delle spiegazioni della professoressa.
L’ultima lezione del giorno fu inglese. Sara fu interrogata, ma, non essendo molto brava, non riusciva nemmeno a capire le domande dell’insegnante. Francesca e Giulia cercarono di aiutarla, ma la professoressa, molto comprensiva, decise di andare incontro all’alunna in difficoltà facendole domande più semplici, traducendole anche in italiano quando Sara proprio non capiva.
Finalmente la lezione finì, e al suono della campanella tutti si precipitarono alla fermata dell’autobus, ansiosi di tornare a casa. Giulia, Sara e Francesca presero lo stesso autobus, per stare ancora un po’ insieme anche dopo scuola. Si separarono quando Giulia scese per prima, alla sua fermata.
Dopo pranzo, Giulia accese il PC per controllare la sua casella di posta elettronica. Non c’era nessun nuovo messaggio che le interessasse: solo un paio di pubblicità di negozi di cosmetici in cui non era mai stata. Eliminò tutti i messaggi e chiuse il PC.
Prese il diario e lesse i compiti per il giorno successivo. Doveva studiare metà del nuovo capitolo di storia, ma la storia non le piaceva per niente. Telefonò a Sara, a cui invece piaceva molto, per farsi aiutare. Era sempre incredibile, pensò Giulia, come Sara riuscisse a rendere interessante una materia come storia.
Dopo aver finito di studiare storia, Giulia si dedicò agli esercizi di inglese, che, per fortuna, era una materia che le risultava molto più facile.
Una volta finiti i compiti, fuori era già buio. Era quasi ora di cena, e Giulia aiutò sua madre a cucinare.
Dopo cena, Giulia cominciò a sentirsi stanca per la giornata appena trascorsa. Nonostante tutto, trovò il tempo per accendere di nuovo il PC e chattare per un po’ con Sara e Francesca. Dopo un’oretta, le tre ragazze si augurarono la buona notte, e andarono a dormire.
Quando Giulia chiuse gli occhi, quella sera, cercò di immaginare come sarebbe andato il giorno seguente, cosa avrebbe fatto, quante cose sarebbero successe.

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Eccola qui, una storia talmente realistica da risultare noiosa. Personaggi poco approfonditi, ambientazioni vaghe, nomi talmente comuni che è molto probabile che in un gruppo di persone a caso ci sia qualcuno con quei nomi, e una storia in cui non succede assolutamente niente! O meglio, qualcosa succede, ma non è niente di particolarmente positivo o negativo. Questa è una storia totalmente realistica, ma nessuno leggerebbe mai volontariamente una storia del genere! È così poco interessante che non catturerebbe mai l’attenzione di nessuno!
Comunque, è stato un bell’esperimento: ho messo alla prova la mia abilità di creare una storia più realistica possibile, e questo è stato il risultato. Fatemi sapere cosa ne pensate: se vi è piaciuta, se non vi è piaciuta per niente, o se non vi aspettavate che non succedesse assolutamente niente! Mi farebbe davvero piacere conoscere le vostre opinioni a riguardo.
Come sempre, vi ricordo di seguirmi anche su Facebook, Twitter e Instagram, per rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità e anche per chiacchierare più in privato!
A presto!
∼Arkytior

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